sabato, 11 ottobre 2008

Puo' esistere una terza via dell'economia, che equilibri gli "estremismi" statalisti e mercatisti (o liberisti)? Qui una bella e positiva provocazione di cultura economica. (Politicus)

I fatti di questi giorni, con la crisi derivante dal fenomeno dei muti subprime, sono una drammatica ma decisiva dimostrazione di come la dottrina sociale della Chiesa cattolica debba essere rivalutata in tutta la sua potenzialità. Il recente volume di Giulio Tremonti, La paura e la speranza, dà conto in modo decisamente efficace dei limiti dell’ideologia mercatista.

Il mercatismo viene definito l'ultimo discendente, astuto e calcolatore, commerciale dell'illuminismo: «il combinato disposto tra una nuova ingegneria sociale e un'illusione demenziale».

Nel volume si denuncia come il mercato abbia ottenuto il quasi totale monopolio culturale e materiale dell’esistente e si precisa come in balia dell'ideologia mercatista l'Europa non possa che declinare, in una forma di decadenza economica e demografica.

Per cambiare, si afferma, serve una leva che deve avere un punto di appoggio.

Questo punto può essere uno solo: quello delle radici giudaico cristiane dell'Europa. È anche a partire da questa affermazione che può essere riscoperto il valore della dottrina sociale della Chiesa cattolica, lasciando da parte quei ridicoli complessi di inferiorità che tante volte hanno portato i cattolici a non comprendere il valore dell’insegnamento del Magistero, irriducibile alle visioni contrapposte, ma in fondo antropologicamente accomunate da una stessa riduzione della persona, dello statalismo o del liberismo selvaggio.

Si tratta della contrapposizione moderna (hobbesiana) fra pubblico (Stato) e privato (il mercato dell’homo homini lupus), dove “pubblico” veniva poi spesso assiomaticamente associato a “morale”, e “privato” a “immorale”, proprio per escluderne la valenza a fini sociali: poiché della socialità della persona umana non ci si può fidare, si limita il pluralismo sociale e la rilevanza delle formazioni sociali intermedie. È un dato che si riflette in modo decisamente negativo sulla sostanza della democrazia.

Si tratta peraltro di un'impostazione che continua a condizionare il dibattito: mentre si è disposti a teorizzare ad oltranza la libertà di scelta nell’ambito privatistico delle preferenze individuali (libertà sessuale, libertà di morire, libertà di abortire, ecc.), riguardo all’ambito pubblicistico delle preferenze sociali (libertà di scelta tra servizio pubblico e privato) permangono forti resistenze. Tuttavia è proprio a questo livello che si apre oggi la duplice sfida per rianimare la democrazia: la sfida del passaggio dalla “libertà mediante lo Stato” (paradigma dei primi diritti sociali) a quella della “libertà mediante la società” (paradigma dei nuovi diritti sociali); ed insieme quella del passaggio dal mercatismo all’economia sociale di mercato. Siamo in una fase di transizione, che origina dalla crisi dei presupposti. Si affaccia quindi all’orizzonte una soluzione alternativa all’antropologia negativa di tipo hobbesiano, dove l’uomo è un lupo e la gabbia statale consente la convivenza civile o dove il mercato inteso in modo puramente darwiniano consente il progresso della società. La crisi della sovranità statale e la crisi del mercato obbligano al realismo e impongono il recupero di un’altra visione dell’uomo, dei suoi desideri originali, dei suoi diritti. Partire dalla considerazione che l’uomo «sia un essere ferito e debole, ma intrinsecamente capace di comportamenti altruistici, solidali o almeno non auto-interessati, ovvero di scambi umani» (Donati), permette di identificare e recuperare, dopo un’epoca di affossamento ideologico, l’eredità di un’antica tradizione che ha caratterizzato lo sviluppo della società europea e di riscoprirla nella prospettiva della post modernità. Il contributo della dottrina sociale, da questo punto di vista, diventa decisivo per riconsiderare, alla luce dell’esperienza, il monopolio che statalismo e mercatismo hanno avuto nel dibattito culturale degli ultimi decenni.

Fonte: Luca Antonini su www.ilsussidiario.it

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giovedì, 09 ottobre 2008

Questo è il nuovo editoriale di SamizdatOnLine

IL GIUDIZIO DEL PAPA CI RIPORTA DALLA VIRTUALITA' AL MONDO REALE - Antonio Socci Il Sussidiario
«Sulla sabbia costruisce chi costruisce solo sulle cose visibili e tangibili, sul successo, sulla carriera, sui soldi. Apparentemente queste sono le vere realtà. Ma tutto questo un giorno passerà. Lo vediamo adesso nel crollo delle grandi banche: questi soldi scompaiono, sono niente». Erano parole non scritte nel discorso; eppure Benedetto XVI, introducendo i lavori del Sinodo dei Vescovi, ha voluto inserire, improvvisando, questo passaggio sulla stringente attualità della crisi finanziaria, che proprio lunedì, mentre il Papa parlava, stava vivendo uno dei giorni più bui. Un riferimento brevissimo, quasi «fulmineo», ma che è bastato, secondo Antonio Socci, per esprime «un giudizio culturale dirompente».

Socci, qual è la portata culturale di queste brevi parole che il Papa ha voluto dedicare al tema dell’attuale crisi finanziaria?
Il giudizio espresso dal Papa colpisce innanzitutto per la fulmineità: in poche e quasi scarne parole ha espresso un concetto che per semplicità di sguardo si impone al buon senso comune, ma al tempo stesso ne rovescia i criteri. Si tratta cioè di uno sguardo sulla realtà che è in qualche modo rivelativo, tipico della tradizione cristiana. Ciò che il Santo Padre ha fatto comprendere è che, sia nella prosperità che nelle circostanze nefaste, tutto passa, e l’unica cosa che resta è il rapporto con Cristo. Questo fa impressione, perché anche chi non è cristiano percepisce l’effimero della vita, il lato per così dire “leopardiano” dell’esistenza. È quindi un giudizio che magari può irritare o far polemizzare, ma va a cogliere una cosa che tutti possono constatare ... (leggi tutto)

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* Razzismo e crisi finanziaria, l'Europa interviene così - intervista a Giorgio Salina - Radioformigoni

 

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giovedì, 09 ottobre 2008

Le lacrime senza fine di Gullit per la commozione mentre gli accarezza la testa ; Agroppi che per una sera "depone" la sua proverbiale vena polemica di toscano sanguigno mentre gli mostra la foto di quando lo allenò a Como; i tanti giocatori di oggi e quelli di appena ieri suoi compagni di avventura calcistica, Nappi che dopo un gol fa trenta metri di corsa verso la panchina e lo bacia, e poi quei dieci minuti interminabili applausi da brivido come mai la Firenze calcistica ha fatto quando Roberto Baggio lo porta sotto la Curva Fiesole, accompagnato dallo sguardo amorevole della figlia Alessandra ma soprattutto il suo sguardo vivo, pungente e felice che a tanti ha fatto sorgere la domanda più elementare: "ma come è possibile con il male che lo attanaglia?". Insomma ieri è stato il giorno di Stefano Borgonovo, colpito dalla Sla (Sclerosi Laterale Amiotrofica) e Firenze gli ha dato quel "bacione" che secondo una delle canzoni popolari più belle "La mì porti un ba(s)cione a Firenze"-con la c aspirata-vuol dire amore, struggimento, abbraccio senza fine. Non è stata una serata nè banale, nè formale. Ed anch'io che ero presente non ho fatto che ammirare quel volto, quello di Stefano che ha fatto ringraziare centinaia di persone per il coraggio, la forza del cuore che esprimeva, comunicando con quella "macchinetta" parole di speranza e voglia di lottare e che apparivano sui tabelloni dove la domenica scorrono i risulati della Serie A. Stefano, attraverso anche a quella forza della natura che è Chantal, sua splendida moglie che non lo molla un attimo insieme ai figli, ha parole per i più sfortunati che non sono del mondo del calcio. Ma a partire da questo dove si sono consumati tanti drammi a causa della Sla, l'incasso della partita amichevole tra Fiorentina e Milan di fatto contribuirà a sostenere la Fondazione Borgonovo che si occuperà di ricerca e di sotegno ai malati di Sla. Non mi interessano i luoghi comuni dei calciatori viziati e così via, ma ieri ho visto questi "eroi" della domenica, anche i miei, seppure molti erano quelli di "ieri" inchinarsi davanti al mistero di una malattia e che a modo loro si sono comunque chiesti "perchè?", come fare per affrontarla?" E paradossalmente vedendo Borgonovo come combatte, si sono sentiti confortati in qualcosa che va oltre il calcio. Stefano ci ha regalato una grande testimonianza fatta di amicizia, amore e fede. La sua famiglia, gli amici di Milano, i tanti che si è ritrovato a Firenze. Grazie alle società di Fiorentina e Milan che hanno pensato questo gesto per la Fondazione Borgonovo ma grazie anche Carlo Parravicino, che fu procuratore di Stefano quando lo portò nella Fiorentina. Di solito hanno fama di condizionare i loro giocatori per motivi di "business" ma qui si presenta un altro fatto fuori dal comune ma reale: appena seppe della malattia di Stefano si è prodigato perchè la manifestazione riuscisse, tanto che sarà uno dei sostenitori della Fondazione. Grazie a te Stefano, alla tua testimonianza e porta i nostri baci a Milano e che Dio ti benedica!

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mercoledì, 08 ottobre 2008

Tre Palloni d'oro
in campo per Borgonovo

Stasera all'Artemio Franchi di Firenze incontro di beneficenza tra ex di Fiorentina e Milan dedicato all'ex attaccante colpito da Sla. Ci sarà anche Baggio e con lui Ronaldinho e Gullit. Il ricavato servirà per finanziare le ricerche sul morbo di Gehrig
Roberto Baggio e Stefano Borgonovo ai tempi della Fiorentina
Roberto Baggio e Stefano Borgonovo ai tempi della Fiorentina
 Ci sarà Robi Baggio, ci saranno altri due Palloni d'oro (da Ronaldinho a Gullit). Tutti in campo all'Artemio Franchi, per una doppia sfida tra Fiorentina e Milan che intende raccogliere fondi per la ricerca sulla sla, la sclerosi laterale amiotrofica, che ha ridotto all'immobilità l'ex bomber della Viola e che così tanti campioni del calcio ha colpito.
AMICHEVOLE - L'incontro "Tutti per Stefano Borgonovo" si giocherà stasera. Di fronte, Fiorentina e Milan, squadre in cui Borgonovo ha giocato per diversi anni. In campo, oltre a Robi Baggio, uno dei tanti ad aver fatto visita a Stefano nella casa di cura di Como, ci saranno molti altri ex compagni di squadra. Il ricavato della partita verrà devoluto in beneficenza per finanziare le ricerche sul morbo di Gehrig. I giocatori indosseranno delle magliette particolari, con un logo rappresentativo dell'evento, che saranno poi messe all'asta su internet.
EX CAMPIONI - Questi i giocatori che annunciati protagonisti dell'incontro con la maglia della Fiorentina: Antognoni, Baggio, Banchelli, Battistini, Bosco, Branca, Buso, Calisti, Carobbi, Pellegrini, Dell'Oglio, Di Chiara, Faccenda, Fatih Terim, Gelsi, Hysen, Iachini, Lacatus, Landucci, Lazaroni, Maiellaro, Malusci, Mannini, Mareggini, Mazinho, Nappi, Orlando, Pellicanò, Pin, Pioli, Salvatori e Toldo. Tra gli ex-milanisti invece giocheranno Albertini, Ancelotti, Baresi, Costacurta, Donadoni, Evani, Fuser, Filippo Galli, Giovanni Galli, Gullit, Massaro, Pazzagli, Rijkaard, Sacchi, Simone, Stroppa e Tassotti.
NON MOLLARE - "Non potrò esserci - ha detto Carlos Dunga, c.t. del Brasile - perché sarò impegnato nelle qualificazioni mondiali. Ma, anche da lontano, combatto la stessa battaglia di Stefano. Lui brontolava con me perché nelle partite continuavo a urlare. Bene, stavolta urlo: "Borgo, non mollare". Lui e Baggio hanno formato una delle coppie d' attacco più magiche del calcio italiano". "Anche io e Borgonovo - osserva Marco Van Basten - non eravamo male. Lui più centravanti, io più attaccante di movimento. Borgonovo come cannoniere era addirittura più forte di Gilardino. La notizia della sua malattia mi ha lasciato senza parole. Il calcio deve mobilitarsi per la ricerca".
STUDENTI GRATIS - Gli studenti degli istituti superiori di Firenze potranno assistere gratuitamente alla partita. Lo stesso ex calciatore viola e rossonero aveva lanciato un messaggio nei giorni scorsi affinchè gli studenti di Firenze potessero assistere gratis alla partita di mercoledì sera, e questo anche a costo di rinunciare a una parte di proventi a favore della Fondazione da lui creata. L'iniziativa è stata ufficializzata in queste ore anche dalla Fiorentina: gli studenti toscani potranno recarsi a ritirare il biglietto presso la sede della Provincia in Palazzo Medici Riccardi, in via Cavour a Firenze. Inoltre in via del tutto eccezionale e dato lo scopo benefico della serata il questore di Firenze, Francesco Tagliente, ha stabilito che non sarà necessario esibire il documento d'identità per acquistare il biglietto per mercoledì sera. Non ci sarà neppure bisogno di fare cambi di destinazione nel caso avvenga la cessione o il regalo dei tagliandi.
Avevo già scritto il mese scorso un post su Stefano: http://politicus.splinder.com/post/18385180/BORGONOVO%2CLA%2C+LA+SPERANZA
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sabato, 04 ottobre 2008

E' una ipotesi suggestiva e allo stesso tempo, possibile, quella che vede la pacificazione dell'Irlanda del Nord dopo cira trent'anni di lotte e violenze senza quartiere tra cattolici e protestanti dell'Ulster come un possibile modello per la pace in Medioriente. A me affascina anche perchè, e scusate l'inciso, i due paesi, con la loro storia e cultura millenaria, ai quali sono affezionato di più sono proprio Israele e Irlanda e spero che qualcosa di positivo possa accadere in Medioriente. Certamente, come realisticamente sostiene anche l'articolo di Fontolan, la situazione è diversa  ma quel metodo potrebbe funzionare anche tra israeliani e palestinesi, come dice convintamente l'editorialista dell' "Irish Time" John Waters. (Politicus)

Tempo fa un articolo dello scrittore israeliano David Grossman raccontava della disperata invidia per la riuscita del negoziato di pace tra repubblicani e unionisti nell’Irlanda del Nord. Come hanno fatto, si chiedeva lo scrittore? E qual è la ricetta? Non possiamo applicarla anche qui da noi per trovare una soluzione alla guerra israelo-palestinese? Come facciamo ad imparare il cammino? Fateci un corso, diceva Grossman, fateci partecipare alle vostre riunioni. E aggiungeva: dobbiamo cominciare dalle cose semplici: rivolgerci la parola con interesse reciproco (e non soltanto per affermare la propria posizione), “spendere” del tempo insieme, essere disponibili, manifestare una sincera volontà di incontro, anche personale (forse soprattutto personale). Perché non ne siamo capaci?

Qualche anno dopo, l’intervento pronunciato al Meeting di Rimini 2007 dal giornalista irlandese John Waters (e pubblicato in La verità, il nostro destino, Mondadori Università, Milano 2008) pareva involontariamente rispondere alle questioni poste dolorosamente da Grossman. Egli parlava del premier e del vice premier nord-irlandesi, che per anni erano stati acerrimi nemici e che ora sedevano insieme al governo, sorridenti e amichevoli. Questa immagine «suggerisce che è successo qualcosa di trascendente, qualcosa che supera il normale ambito d’azione della politica». Waters prova a descrivere questo «qualcosa di trascendente»: «Non si è trattato di una riconciliazione sdolcinata realizzata nell’interesse della pacificazione, ma di un profondo rapporto umano che ha superato le barriere ideologiche, storiche e politiche tra questi due uomini… Questa riconciliazione umana è stata alimentata da un contesto assai più ampio, da un profondo mutamento nella cultura circostante e questa riconciliazione personale, di due persone, ha a propria volta alimentato i mutamenti che le hanno dato vita». Cioè ci sono stati pensieri e bisogni che hanno toccato la volontà, che si sono tramutati in parole e decisioni, in programmi condivisi: Waters racconta bene il processo che lui definisce simile «allo sbrinamento di un frigorifero», in cui la pazienza e la determinazione si sono alleate per un lungo tempo.

Tra i due mondi (Medio Oriente e Irlanda del Nord) moltissime sono le differenze che rendono ardui paragoni e somiglianze. Eppure nelle parole di Waters si può scorgere una chiave culturale, un principio che vale a tutte le latitudini.  «Le forze che cambiano la storia sono le stesse che cambiano il cuore dell’uomo» diceva don Luigi Giussani: è esattamente quello che possiamo scorgere alla radice del lunghissimo e drammatico processo di pace nell’Ulster (e qualcosa di simile si può dire a proposito della fine dell’apartheid in Sudafrica). E anche se nel tempo e nelle circostanze storiche gli uomini cedono alla tentazione di “cambiare metodo”, di abbandonare o censurare il cuore, la verità di questo principio non ne viene offuscata. Non si tratta di una convinzione privata, di una “ispirazione” di coscienza, ma di una dinamica storica, reale, sperimentabile persino in un negoziato politico. Il frigorifero si può sbrinare se qualcuno si mette al lavoro, come hanno fatto gli antichi nemici irlandesi. Cambiano i contesti e le condizioni, quel principio è all’opera dovunque ci sia qualcuno che lo fa suo.

 Roberto Fontolan su www.ilsussidiario.net del 02/10/2008

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venerdì, 03 ottobre 2008
L'arcivescovo Eterovic ha presentato il senso e le novità della dodicesima assemblea generale ordinaria

Al Sinodo non ci saranno vescovi cinesi se non quelli di Hong Kong e di Macau perché "non è stato raggiunto un accordo con le autorità". Lo hanno detto l'arcivescovo Nikola Eterovic, segretario generale del Sinodo dei Vescovi, e padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa della Santa Sede, presentando il senso e lo svolgimento della dodicesima assemblea generale ordinaria che, dal 5 al 26 ottobre, avrà per tema la parola di Dio.
Sarà il Sinodo delle prime volte, con diverse novità. Monsignor Eterovic ha affermato innanzitutto che per la prima volta un Sinodo non si aprirà in Vaticano:  in occasione dell'Anno paolino la messa iniziale sarà celebrata da Benedetto XVI nella basilica di San Paolo e non, come consuetudine, in San Pietro dove, invece, si svolgerà l'Eucaristia conclusiva.
Sarà, poi, la prima volta che il Patriarca ecumenico di Costantinopoli rivolgerà la sua parola ai padri sinodali:  accadrà sabato 18 ottobre, nell'aula dei lavori, dopo la recita dei vespri con il Papa. Questo incontro ecumenico sarà centrato sulla parola di Dio e con riferimenti all'attualità della testimonianza di san Paolo.
E per la prima volta un ebreo prenderà la parola in un'assemblea sinodale:  nel pomeriggio di lunedì 6 ottobre il rabbino capo di Haifa, Shear Yashyv Cohen, presenterà - ha detto monsignor Eterovic - "come il popolo ebraico legge e interpreta la Sacra Scrittura - la Torah, i profeti e gli scritti sapienziali - che è, in gran parte, condivisa dai cristiani e denominata Antico Testamento". Subito dopo interverrà il cardinale Albert Vanhoye per spiegare "come i cristiani si riferiscono alle Sacre Scritture ebraiche, presentando alcune norme del documento della Pontificia Commissione Biblica del 2001".
Per la prima volta, poi, sarà applicato il nuovo regolamento sinodale che è stato aggiornato nel 2006 per recepire lo sviluppo della prassi nel corso di quarant'anni. Le principali novità (illustrate nell'articolo di monsignor Eterovic pubblicato in prima pagina) riguardano la partecipazione delle Chiese orientali cattoliche sui iuris e l'ampliamento della discussione libera dopo la positiva esperienza del Sinodo precedente.
L'arcivescovo ha quindi riaffermato il senso di collegialità e di universalità del Sinodo rilevando come, e sono altre due prime volte, il relatore generale sia un cardinale canadese e il segretario speciale un arcivescovo della Repubblica democratica del Congo:  rispettivamente Marc Ouellet e Laurent Monsengwo Pasinya.
È significativo, ha inoltre sottolineato, come la celebrazione dell'Eucaristia accompagni e scandisca i lavori sinodali. Benedetto XVI - ha detto - celebrerà le messe di apertura e di chiusura; giovedì 9 ottobre quella per il cinquantesimo della morte di Pio XII, "che ha grandi meriti per il rinnovato interesse per gli studi biblici"; domenica 12 ottobre quella per la canonizzazione del sacerdote Gaetano Errico, delle religiose Maria Bernarda Bütler e Alfonsa dell'Immacolata concezione e della laica Narcisa di Gesù Martillo Móran. Inoltre domenica 19 ottobre il Papa presiederà la messa al santuario della Madonna di Pompei dove si recherà in pellegrinaggio.
Complessivamente sono oltre quattrocento le persone che, a diverso titolo, parteciperanno al Sinodo. I padri sinodali sono 253, rappresentanti di 13 Chiese orientali sui iuris, di 113 conferenze episcopali, di 25 dicasteri della Curia romana, e dell'unione dei superiori generali. Di questi, 51 provengono dall'Africa, 62 dall'America, 41 dall'Asia, 90 dall'Europa e 9 dall'Oceania. Il 72 per cento sono eletti, il 15 prendono parte ai lavori ex officio e il 12,6 sono stati nominati dal Papa. I cardinali sono 52; 8 i patriarchi; 2 gli arcivescovi maggiori; 79 gli arcivescovi e 130 i vescovi. Per quanto riguarda i loro incarichi, 10 sono capi di Chiese orientali; 30 presidenti di conferenze episcopali; 24 capi dicastero della Curia; 185 ordinari e 17 ausiliari. E ancora:  i 41 esperti provengono da 21 Paesi; i 37 uditori da 26 nazioni. Se tra gli esperti le donne sono 6, le uditrici sono 19:  una più degli uditori.
Il più anziano tra i partecipanti ha 88 anni:  è il cardinale Nasrallah Pierre Sfeir, patriarca di Antiochia dei maroniti. Il più giovane ha 39 anni ed è il vescovo austriaco Anton Leichtfried, ausiliare di Sankt Pölten. L'età media dei padri sinodali è di 63 anni.


          Fonte:    (L'Osservatore Romano )
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venerdì, 03 ottobre 2008

La protesta contro il ministro Gelmini è un clichè oramai vecchio, trito e ritrito. La protesta scolastica è qualcosa che continua a ripetersi, uguale a se stessa, di anno in anno e non risparmia nessun ministro. Di qualunque colore esso sia.
La protesta degli insegnanti e dei sindacati è una protesta faziosa, prevenuta, insincera e corporativa.
Il copione è sempre lo stesso: si falsifica la realtà dei fatti e si propinano dati statistici che non stanno nè in cielo, nè in terra. Dati che però sono in grado di allarmare l'opinione pubblica.
Un esempio su tutti la voce secondo cui il tempo pieno, con i provvedimenti voluti dal ministro Gelmini, verrebbe cancellato. La stessa accusa fu rivolta alla riforma Moratti, ma come chiunque puo' constatare il tempo pieno e' ancora in vigore, anzi si e' allargato...
Purtroppo non tutti hanno gli strumenti, informativi e culturali, per rendersi conto o per prendere coscienza del fatto che quelli propinati dal conservatorismo sindacale sono solo beceri luoghi comuni. Un fatto è certo dinnanzi a questa ennesima ondata di proteste: non se ne può più! Non se ne può più di veder usati la scuola e i ragazzi per una battaglia politico-sindacale che ha come unico fine il mantenimento del proprio status-quo.
Che sia così lo dimostrano i sempre più numerosi sondaggi secondo i quali la maggioranza degli italiani sembra gradire le proposte avanzate dal ministro Gelmini.

La proposta del maestro prevalente, ad esempio, non è un ritorno all’indietro, ad un autoritarismo pre ’68, ma è rimettere al centro le esigenze educative dei bambini, anziché quelle sindacali di mera espansione del pubblico impiego.
Il maestro prevalente risponde al bisogno dei bambini di avere un aiuto ed una guida pedagogica chiara, di sapere che si può essere introdotti alla realtà senza venir soffocati dalla sua complessità. Resta perciò
gravissimo continuare ad usare i bambini e la scuola come campo per il mero scontro politico. E’ più grave dei precedenti niet della Cgil alle proposte per salvare l’Alitalia.
Siamo dinnanzi ad una situazione nella quale non è più possibile stare zitti e nella quale bisogna usare qualunque mezzo per fronteggiare una deprimente e menzognera propaganda di parte.

SamizdatOnLine

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martedì, 30 settembre 2008

 

Da ormai alcuni giorni, l'informazione continua a focalizzarsi sulla crisi finanziaria che sta investendo, a partire dal mercato americano, l'economia mondiale. E' difficile capire fino in fondo quello che sta accadendo, quali le cause e, soprattutto, quali i possibili rimedi.

SamizdatOnLine fornisce una serie di link di interventi presenti nella rete, che permettono di cominciare a capire quanto sta accadendo, per giudicarlo.

Prima di tutto:

IlSussidiario.net ha creato uno "speciale" che raccoglie quotidianamente contributi di esperti, che permettono di crearsi un giudizio su quella che per tutti ormai è la più grossa crisi finanziaria del capitalismo mondiale. A questo link si può trovare l'archivio con tutti gli articoli, in sequenza cronologica.
Ne segnaliamo due fra i più recenti:

* Borsa e valore di Giorgio Vittadini (da Il Riformista 30/9/2008)
(...) In questo quadro il punto non è mettere in discussione il mercato, né il mercato a struttura capitalistica che contiene un valore in sé da salvaguardare. O, peggio ancora, non è certo auspicabile il ritorno a un regime statalista, figlio di una cultura estrema dall’altra parte (garantismo, indebitamento pubblico…)…
Il punto è ammettere che questa non è una crisi solo economica: è una crisi antropologica che mette in discussione un’idea di razionalità umana ridotta, tesa com’è alla massimizzazione del profitto nel breve periodo, ma disattenta ai presupposti necessari a creare una ricchezza reale e duratura e perciò destinata ad astrarsi dalla realtà e a costruire un mondo virtuale destinato a crollare. (segue)

* La politica torna a dividere e affossa le borse. Ma un cauto ottimismo è legittimo di Carlo Pelanda (30/9/2008)
Il caso peggiore e per questo improbabile si è realizzato: il piano di salvataggio del sistema bancario statunitense è stato bocciato alla Camera. Nei momenti critici il sistema politico statunitense è sempre riuscito ad anteporre l’interesse generale a quello partitico, ideologico o particolare. Ieri molti deputati democratici e repubblicani hanno espresso un voto o ideologico oppure legato al loro interesse di non deludere i loro specifici elettori nel collegio. L’elettorato democratico è convinto che il piano salvi solo Wall Street, non vede la connessione tra crisi del credito e recessione in “Main Street”, e non vuole dare i soldi ai “ricchi”. L’elettorato repubblicano è convinto che il mercato non ha bisogno di salvataggi governativi e rifiuta un piano percepito come “socialismo finanziario”. (segue)

Altri articoli di interesse:

da L'Occidentale:
* L'Europa può aiutare gli Usa a uscire dalla crisi? di Margherita Boniver
* Economia, la crisi finanziaria ha radici che vanno cercate indietro negli anni di Flavio Felici

da Il Sole24ore:
* È ora di ricostruire l'architettura finanziaria globale di Dominique Strauss-Kahn (22/9/2008)
* I dieci perché dello scossone sui mercati finanziari di Fabrizio Galimberti (22/9/2008)

* Le 10 tappe del crack delle authority americane di Morya Longo (28/9/2008)

Ed infine, dal sito americano Real Clear Politics i principali video delle dichiarazioni dei leader politici americani, prima e dopo la bocciatura del piano Bush-Paulson (29/9/2008)

Un altro punto di vista interessante di "destra liberale" classica,

in particolare: Usa, la tragica ripicca di un popolo a lungo raggirato
e Ma la casta dei manager non paga mai, anzi…

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categoria:economia, borse, crisi, banche, mercato, capitalismo
lunedì, 29 settembre 2008
 

L' interessante articolo che propongo- qui sotto- alla lettura fa giustizia di alcuni aspetti che per motivi ideologici ed opportunistici molti osservatori, o presunti tali, europei e non fanno finta di non vedere o di dare una lettura parziale di quello che sta succedendo nella società israeliana e, a livello generale, come vivono il presente in prospettiva del futuro, le nostre società, censurando parole come vita, morte, felicità. Se c'è ad esempio un paese che più di tutti vuole la pace in Medioriente, questo è indiscutibilmente Israele con buona pace di quei "pacifinti" tiepidi se non conniventi con chi vorrebbe distruggere e cancellare dalla faccia della terra il popolo ebraico.

Altra questione, che piaccia o no, Israele come bene è descritto da questo articolo, paradossalmente ci è d'esempio sulla positività della vita a tutto campo. E un altro grande testimone, Papa Ratzinger, citato nell'articolo, richiama continuamente "il risveglio della ragione" difronte alla realtà che non è fatta di effimere immagini o costruzioni ideologiche che opprimono alla fine il desiderio stesso dell'uomo alla felicità. Ringraziando Dio abbiamo esempi che sfidano quelli che vorrebbero ingabbiare le coscienze dentro un potere che propugna finte libertà e felicità individuali astratte, allontanando dallo scopo di una sempre più indispensabile responsabilità personale e sociale per il bene di tutti. Comunque su tutto questo se ne può tranquillamente discutere. (Politicus)

Sembra un paradosso: Israele è la nazione più felice della terra. Un popolo minacciato nella sua stessa esistenza, costretto a vivere in una condizione di guerra permanente, riesce a mantenere un invidiabile grado di serenità. Lo dicono una serie di parametri statistici riportati da Spengler editorialista di punta di Asia Times. Confrontando il tasso di fertilità e quello dei suicidi Israele è in cima alla classifica dei paesi amanti della vita davanti a ben 35 nazioni industrializzate. È uno degli stati più ricchi, liberi e istruiti del mondo: con molte ore dedicate alla religione e primeggiando nelle discipline scientifiche. E la durata media della vita è più alta che in Germania e Olanda. Un quadro sorprendente se si considera che gli israeliani sono circondati da vicini pronti a uccidersi pur di distruggerli.

 
Una condizione che non può essere attribuita alle esperienze storiche. Nessun popolo ha sofferto più degli ebrei e avrebbe giustificazione migliore per lamentarsi. Chi crede nell’elezione divina di Israele vede in tutto ciò una speciale grazia di Dio. Secondo Spengler gli ebrei incarnano “l’idea di una vita fondata su un Patto che procede ininterrotta attraverso le generazioni”. Certamente il caso di Israele ci interroga. Rappresenta qualcosa di unico davanti a società europee invecchiate, e non solo in senso demografico. Società dove sono stati “resi eretici l’amore e il buonumore”, come disse nel 1974 l’allora professor Joseph Ratzinger. Nella stessa occasione il futuro Benedetto XVI si chiedeva “se la vita sia un dono sensato che si può fiduciosamente continuare a dare, anche se non richiesti, o se essa non sia veramente un peso insopportabile tanto che sarebbe meglio non essere nati”. E concludeva che “il primo compito che è importante oggi per l’uomo consapevole della propria responsabilità deve essere quello di risvegliare la ragione assopita”.

 
Interpretare la felicità di Israele come un dato sociologico sarebbe assai limitativo. In realtà è una provocazione che riguarda tutti. Ha a che fare col senso e la prospettiva che diamo alle nostre azioni e passioni. A patto di non aver già liquidato il problema della felicità come una questione da illusi sognatori. Non è un caso che i padri della costituzione americana, più di due secoli fa, abbiano inserito fra i principi fondamentali della nazione che stava sorgendo il diritto alla ricerca della felicità. Evidentemente si tratta di un punto che fa la differenza non solo per la vita dei singoli, ma per l’intera società. Tale ricerca deve partire da una positività riconosciuta, o almeno intuita, nella realtà in cui si vive. Questo richiede la capacità di saper guardare al di là delle apparenze, cosa che nell'immediato può anche comportare un sacrificio dentro però una prospettiva in cui si costruisce e si realizza la persona. E oggi, soprattutto ai giovani, non fa tanto paura il sacrificio, ma piuttosto il fatto che questo possa non avere un senso. Tutto ciò non è né automatico né scontato, ma frutto di un'educazione in grado di appassionare alla conoscenza della realtà partendo da fatti che muovano interesse e affettività. Fatti, non opinioni. Quindi occorre solo una grande lealtà. L'uomo per sua natura cerca qualcosa o qualcuno a cui appigliarsi e che prenda sul serio la sua esigenza costitutiva di felicità. Non c'è alcuna marcia inarrestabile verso il progresso a cui affidare le nostre speranze come, con una buona dose di dogmatismo ideologico, qualcuno ogni tanto vorrebbe farci credere. In questo senso la recente bufera finanziaria ancor prima che per il tracollo economico è motivo di smarrimento perché ormai concepiamo la ricchezza come unica certezza possibile mentre essa da sola oggettivamente non può dare senso e sostanza all’esistenza. Oggi è il momento di un amaro risveglio, ma può essere anche l'occasione per un ritorno a un sano realismo.

 Graziano Tarantini

(L'Arena 28 settembre 2008)

Fonte: www.ilsussidiario.net

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domenica, 28 settembre 2008

Cattolici in politica per inseguire il bene comune

Poche settimane fa il Santo Padre ha pronunciato parole sulle quali occorrerebbe riflettere con attenzione. Era in visita a Cagliari e, poiché era presente anche il Presidente Berlusconi, ha voluto soffermarsi su questioni politiche, invitando l'Italia a voler produrre una nuova generazione di politici cattolici.



Sostanzialmente si è avuta l'impressione che il Papa abbia voluto rivolgere un appello ai cattolici ad evitare gli ultimi residui di quella "scelta religiosa" che si è tradotta, per molti storici movimenti di grande tradizione, in un rinchiudersi da soli nelle sagrestie, se non nelle catacombe; scelta che, lungi dal portare a maggiore moralizzazione della vita politica e sociale, ha contribuito alla sua omologazione verso quella cultura ultraliberista che mercifica tutto, dai diritti dei precari all'etica e ai costumi sociali e sessuali.
É sembrata un'esortazione a non approvare i disvalori del neoliberismo postmoderno; nello stesso spirito con cui Papa Montini alzò la sua voce denunciando come la nuova cultura cattolica postconciliare rischiava di farsi "colonizzare" da un pensiero "non cattolico" (quello marxista, ma anche quello dell'omologazione consumistica).
Questa nuova classe di politici cattolici dovrebbe avere come primo criterio il bene comune, espressione dell'ideale cristiano di carità, al fine di riuscire a far coesistere attività politica e ideali etici. Da ciò l'esigenza di una politica sociale, attenta ai giovani e al precariato e decisa nel lento ma costante orientamento verso un'equa redistribuzione delle ricchezze, senza per questo gravare sul debito pubblico. Corollario di tutto questo: una politica della famiglia, poiché il precariato potrebbe indurre i giovani  a scegliere la convivenza e a rinunciare ai figli.

"Bene comune" significa anche attenzione al problema della sicurezza, della microcriminalità nelle nostre strade, come se fosse una decisa contrapposizione a quella macrocriminalità che infesta le strutture sociali, civili, finanziarie e politiche del Mezzogiorno e non solo di questo. Similmente, la gestione del problema immigrazione va compiuta senza scelte demagogiche, ma in modo da esercitare un controllo sui flussi migratori. L'immigrazione va gestita, non sfruttata per poi scaricarne i problemi sulle periferie, cercando infine di cavalcare l'ostilità delle classi marginali italiane, in una nuova triste puntata delle guerre tra poveri. Sullo stesso argomento avrebbe insistito anche il Cardinale Bagnasco nell'incontro del Consiglio Permanente della Cei. Ci si augura, infine, che il discorso di Cagliari possa costituire materiale di riflessione per ognuna delle parti politiche e soprattutto per i cattolici inseriti nella vita politica. Con la speranza che nessuno faccia orecchio da mercanti. Chi vuol capire capisca!

Mons.Girolamo Grillo
* Vescovo emerito
di Civitavecchia-Tarquinia

Fonte: www.iltempo.it
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